Quando incontro la European School of economics nel 1998 non sono un giovane docente alle prime armi. Porto già con me alcuni anni di esperienza nel mondo della formazione universitaria e dei master. Avevo insegnato a Conversano, a Bari, nell’ambito della Università degli Studi di Bari, e avevo già avuto modo di confrontarmi con studenti universitari e con percorsi di formazione avanzata. Eppure, quello che accadde con la Europea School of Economics fu qualcosa di completamente diverso. La parola che mi viene spontanea, ancora oggi, è una sola: formidabile Fu un’esperienza formidabile per intensità, per dimensione internazionale, per qualità delle persone incontrate e, soprattutto, per l’effetto che ebbe sulla mia vita professionale. Quell’incontro modificò il corso della mia esperienza di formatore universitario. L’incontro con Gregory Iverton Smith. Il mio ingresso nella European School of Economics avvenne grazie a una persona che avrebbe avuto una importanza particolare nella mia vita: Gregory Overton Smith. Gregory era americano e proveniva da una famiglia straordinaria. Era figlio di Bill Smith, grandissimo clarinettista e figura leggendaria del jazz;, e portava con sé quella particolare apertura culturale che appartiene alle persone abituate a vivere tra mondi differenti. Fu Gregory a reclutarmi e a introdurmi nella ESE. Quello che nacque allora come un rapporto professionale sarebbe diventato, nel corso degli anni, una grande amicizia e una collaborazione intellettuale. Il nostro rapporto sarebbe poi proseguito anche al di fuori della European School of Economics, fino alla collaborazione alla quale sono particolarmente legato: il mio contributo a una parte del suo importante lavoro di antropologia dedicato a Pasolini, pubblicato con il nome di Narrare la città. Guardando oggi a quella circostanza, mi rendo conto che alcune persone entrano nella nostra vita attraverso una porta professionale e finiscono per diventare parte della nostra storia personale e intellettuale. Gregory fu una di queste persone. Via del Nazareno: La prima immagine che associo alla European School of Economics e quella della sua storica sede Romana di via del Nazareno. Entrare in quelle aule significava entrare in una dimensione diversa da quella dell’università tradizionale che avevo conosciuto fino ad allora. C’erano studenti provenienti da Paesi diversi, con lingue, cultura, esperienze familiari e aspettative differenti. E c’erano docenti che arrivavano da percorsi altrettanto internazionali. Era una comunità accademica nella quale la dimensione internazionale non era uno slogan. Era la realtà quotidiana. Insegnavo in lingua inglese e mi trovavo davanti al giovane che arrivavano da diverse parti del mondo e che avevano scelto Roma come una delle tappe della propria formazione. Fu una scuola straordinaria Anche perché mi costrinse, nel senso più positivo del termine, a superare continuamente i miei stessi confini. Non bastava conoscere la materia. Bisognava saperla comunicare. Bisognava comprendere persone provenienti da culture diverse. Bisognava confrontarsi con modi differenti di studiare, di pensare e di concepire il futuro. E tutto questo avveniva in un contesto nel quale l’inglese era la lingua della comunicazione accademica internazionale. Londra, davanti a Buckingham Palace: Poi venne Londra. E anche qui Il luogo aveva un valore simbolico straordinario. La sede della Europea School of Economics si trovava in una posizione prestigiosa, di fronte a Buckingham Palace. Passare da Roma a Londra, vivere la didattica e l’organizzazione accademica in due contesti così differenti, significava sperimentare concretamente quella dimensione internazionale che rappresentava uno degli elementi caratterizzanti della ESE. Londra non era semplicemente un’altra sede. Era un altro mondo. Ed era proprio questa pluralità di mondi che rendeva l’esperienza così formativa. Nottingham Trent University: Nel corso di quegli anni la mia attività si ampliò ulteriormente attraverso la collaborazione con Nottingham Trent University e con i percorsi accademici collegati alla European School of Economics. Assunsi responsabilità importanti nell’ambito di cattedre dei percorsi di studi che reggevo direttamente. Mi trovai così a svolgere una funzione che per me aveva un significato particolare: non soltanto insegnare, ma seguire gli studenti lungo un percorso formativo, accompagnarli nella loro crescita accademica e arrivare alla conclusione del loro itinerario universitario. Ho avuto così la possibilità di laureare una parte cospicua di studentesse e studenti provenienti da diverse parti del mondo. Quando ripenso oggi a quei giovani, mi colpisce soprattutto la varietà delle loro provenienze. Ognuno portava in aula una storia. Ognuno portava un mondo. E noi docenti avevamo il privilegio e nello stesso tempo, la responsabilità di entrare per un tratto di strada nelle loro vite. Vicenza, Lucca e gli altri luoghi della formazione: l’esperienza non si limitò a Roma e Londra. Ci furono anche le sedi di Vicenza e Lucca, che contribuirono a rendere quegli anni una straordinaria e articolata esperienza didattica punto ogni sede aveva caratteristiche proprie.. ogni gruppo di studenti produceva dinamiche differenti. Ogni corso rappresentava una nuova sfida. Eppure esisteva un filo comune con due punti l’idea che l’insegnamento dovesse essere internazionale, aperto, dinamico e Profondamente collegato alla formazione della persona. Appunto in questo senso la European School of economics non fu per me semplicemente un luogo nel quale insegnare. Fu un laboratorio. Un laboratorio nel quale sperimentai nuovi modi di fare formazione, di lavorare con gli studenti, di confrontarmi con colleghi provenienti da culture e sistemi accademici differenti. La squadra dei docenti: Un capitolo a parte meriterebbe la straordinaria squadra di docenti che incontrai in quegli anni. È impossibile ricordare la European School of economics senza ricordare le persone. Professori, docenti, professionisti, studiosi e collaboratori formavano una comunità nella quale ciascuno portava qualcosa di proprio e unico punto era questa puraralità a rendere l’esperienza così ricca e poi punto e poi c’erano gli studenti. Una vera e propria moltitudine internazionale di ragazze e ragazzi che arrivavano da ogni parte del mondo.. con loro ho vissuto una quantità enorme di esperienze: lezioni, discussioni, esami, tesi, percorsi di ricerca, momenti informali e momenti solenni. Sono proprio loro, forse, la parte più viva di quella memoria. Perché l’università vive veramente soltanto quando le sue idee passano attraverso le persone. Stefano D’Anna: E al centro di quella esperienza c’era Stefano D’Anna. Per me non era semplicemente il rettore. Era l’uomo che aveva dato una direzione a quel progetto. La sua visione della formazione era più ambiziosa rispetto alla semplice trasmissione di competenze. Stefano voleva formare persone capaci di pensare, di scegliere, di assumersi responsabilità e di confrontarsi con il mondo. La sua presenza imprimeva la scuola una particolare tensione ideale. Si poteva condividere o discutere una determinata impostazione, ma era difficile rimanere indifferenti davanti alla forza della sua visione. Ed è proprio questo uno degli aspetti che oggi considero più importante della mia esperienza alla European School of Economics. Non ho soltanto insegnato. Sono stato inserito in una visione. Dal 1998 al 2005: La mia esperienza con la European School of Economics si sviluppò, per quanto mi riguarda , dal 1998 al 2005. Sette anni che, considerati della prospettiva di una vita professionale, possono sembrare un periodo relativamente breve. Ma alcuni anni valgono più di altri. Vi sono periodi nei quali semplicemente si lavora, e ce ne sono altri nei quali ciò che si fa modifica Mi insegnò che la formazione universitaria poteva essere contemporaneamente rigorosa internazionale, accademica e umana, teorica e concreta. E soprattutto mi insegnò che lo studente non è soltanto il destinatario di una lezione punto è un interlocutore. È una persona punto è una possibilità appunto è un futuro che si sta costruendo. Questa consapevolezza accompagnato tutto il resto della mia attività professionale. Il significato di una stagione oggi a distanza di anni posso dire che da European School of economics è stata una delle esperienze decisive della mia vita. Non perché abbia semplicemente aggiunto un’altra riga al mio curriculum un punto. Ma perché ha cambiato il modo nel quale concepivo il mio mestiere. Mi ha permesso di lavorare in un contesto internazionale. Mi ha dato la possibilità di insegnare l’inglese a studenti provenienti da tutto il mondo. Mi ha fatto più incontrare docenti e studiosi con i quali ho costruito rapporti destinati a durare nel tempo. Mi ha portato a Roma, Londra, Vicenza, Lucca e in altri luoghi della formazione. Mi ha permesso di partecipare a percorsi accademici collegati alla Nottingham Trent University mi ha fatto conoscere Gregory Overton Smith che sarebbe diventato un grande amico punto e mi ha consentito di vivere, sotto la guida di Stefano D’Anna, una stagione che ancora oggi considero irripetibile. Quando cerco una parola per definire quegli anni, torno sempre alla stessa Punto formidabili. Perché furono formidabili gli studenti. Formidabili docenti.Formidabili gli incontri. Formidabile la dimensione internazionale. Formidabile la possibilità di insegnare, studiare, ricercare e crescere insieme a persone provenienti da tutto il mondo punto e formidabile fu soprattutto l’effetto che quella esperienza ebbe su di me punto dal 1998 al 2005 non mi limitai a esercitare una professione. Diventai, ancora più profondamente, ciò che avevo scelto di essere: un formatore. E questa è una parte della mia storia professionale che non posso raccontare senza pronunciare il nome di Stefano D’Anna punto perché alcune persone non attraversano semplicemente la nostra vita. Ne cambiano la direzione.