Il Terzo Piano di Azione per la promozione dei diritti delle persone con disabilità, predisposto dall’OND (Osservatorio Nazionale sui Diritti delle Persone con Disabilità), organismo in seno al governo, si inserisce purtroppo in una tradizione ben nota nel nostro Paese: quella dei documenti perfettamente confezionati, densi di richiami normativi e ambizioni teoriche, ma totalmente scollegati dalla vita quotidiana delle persone che dovrebbero beneficiarne.

È un testo che racconta molto e promette moltissimo, ma non sposta di un millimetro le condizioni reali delle famiglie italiane che vivono la disabilità ogni giorno.

La prima, cruciale, ammissione è scritta nero su bianco: tutte le misure previste dovranno essere attuate “con le risorse già esistenti”. Nessun investimento dedicato, nessun fondo aggiuntivo, nessun potenziamento degli organici, nessun piano economico strutturale. Con questa premessa, l’intero impianto nasce già privo della forza necessaria per incidere davvero.

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Il Piano elenca decine di linee di intervento – accessibilità, salute, scuola, lavoro, progetto di vita – ma nessuna di queste è accompagnata da obblighi, tempistiche vincolanti, responsabilità precise, strumenti di controllo terzi o sanzioni per gli enti che non applicano quanto previsto. È un catalogo di buone intenzioni, privo dell’architettura operativa indispensabile. E in Italia ciò che non è obbligatorio, purtroppo, raramente viene realizzato.

Sull’accessibilità, tema cruciale per qualunque persona con disabilità, si parla di PEBA, turismo accessibile, cultura inclusiva, trasporti integrati. Ma non si impone a Comuni e Regioni l’adozione dei piani, né si mettono a disposizione risorse per abbattere barriere fisiche e sensoriali che resistono da decenni. L’Italia continua così a rimanere un Paese ampiamente inaccessibile, con divari territoriali profondissimi.

Sul fronte della salute, il documento delinea modelli di accoglienza, percorsi dedicati, formazione del personale sanitario. Ma tutto resta teorico, privo di risorse, senza una rete nazionale realmente operativa, senza indicatori misurabili e senza obblighi per le Regioni. Nel frattempo, le famiglie continuano a fare i conti con liste d’attesa interminabili, reparti inadeguati e una burocrazia che pesa più della fragilità che dovrebbe tutelare.

La scuola torna ad essere terreno delle grandi dichiarazioni: inclusione, continuità didattica, partecipazione. Principi già presenti in leggi e decreti, ma sistematicamente disattesi. Il risultato è noto: insegnanti di sostegno che cambiano continuamente, ricorsi al Tar sempre più frequenti, scarsa formazione e un carico enorme delegato ai genitori.

Sul lavoro si ripetono le stesse promesse di oltre vent’anni fa: collocamento mirato, accomodamenti ragionevoli, convenzioni. Ma mancano controlli efficaci, un sistema ispettivo dedicato e sanzioni reali per le aziende inadempienti. Così si perpetua un’illusione: che l’inclusione lavorativa possa crescere attraverso le dichiarazioni, quando invece richiede strumenti, risorse, responsabilità e verifiche.

La parte più ambiziosa – il “progetto di vita” – rischia di diventare la più fragile. Senza fondi, senza personale, senza tempi certi e senza diritti realmente esigibili, resta un costrutto teorico che non si traduce in cambiamenti concreti. La distanza tra ciò che viene descritto sulla carta e ciò che accade nei servizi sociali territoriali è, purtroppo, ancora enorme.

A completare il quadro, un sistema di monitoraggio che si affida agli stessi soggetti che dovrebbero essere valutati. Nessuna verifica indipendente, nessun controllo terzo, nessun obbligo di rendicontazione pubblica. È un modello di autocertificazione che non garantisce efficacia né trasparenza.

Il punto è semplice: questo Piano non affronta i veri nodi irrisolti delle famiglie italiane.
Non parla del costo crescente dell’assistenza.
Non parla della solitudine dei caregiver.
Non parla dell’assenza di servizi omogenei tra Nord e Sud.
Non parla delle interminabili procedure INPS.
Non parla della vita indipendente come diritto esigibile.
Non parla della disabilità come investimento, ma continua a considerarla un costo marginale.

Eppure, un principio fondamentale dovrebbe guidare ogni politica pubblica:dove vive bene una persona con disabilità, viviamo meglio tutti. Questo assioma non compare nel Piano, e forse è proprio questo il limite più profondo: l’assenza di un cambio di paradigma culturale che riconosca la disabilità come una risorsa da valorizzare, non come un capitolo residuale di bilancio.

L’Italia non ha bisogno dell’ennesimo Piano di Azione.
Ne ha avuti già due, mai realmente applicati.
Ha bisogno di coraggio politico, risorse dedicate, obblighi chiari, controlli indipendenti e tempistiche vincolanti.
Ha bisogno di uscire dalla retorica e affrontare con realismo, competenza e responsabilità la vita delle persone e delle famiglie.

Questo terzo documento, così com’è, rischia purtroppo di essere l’ennesima occasione persa: elegante nella forma, irrilevante nella sostanza.

Autore: Vincenzo Zoccano