Ancora una volta le imprese italiane rischiano di pagare il prezzo di una gestione amministrativa confusa, contraddittoria e distante dalla realtà operativa delle aziende.

La vicenda riguarda il credito d’imposta Transizione 5.0 e, in particolare, l’applicazione dell’articolo 8 del decreto-legge 27 marzo 2026, n. 38, successivamente modificato dal decreto-legge 3 aprile 2026, n. 42.

Il primo decreto aveva stabilito che alle imprese ammesse al beneficio spettasse un contributo sotto forma di credito d’imposta pari al 35% del credito richiesto, aumentato delle spese sostenute per adempiere agli obblighi di certificazione. In altre parole, il legislatore aveva espressamente riconosciuto che i costi sostenuti dalle aziende per le diagnosi energetiche ex ante ed ex post e per le certificazioni contabili costituiscono parte integrante del meccanismo agevolativo.

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Successivamente, il decreto-legge n. 42 del 3 aprile 2026 ha modificato la percentuale del contributo, elevandola all’89,77% dell’ammontare del credito richiesto. Tuttavia, il nuovo testo normativo non contiene alcuna disposizione che elimini o abroghi il riconoscimento delle spese di certificazione.

Ed è qui che nasce il problema.

Le comunicazioni trasmesse dal GSE alle imprese starebbero infatti riconoscendo il credito d’imposta calcolato esclusivamente sul valore dell’investimento, applicando la percentuale dell’89,77%, ma senza includere le spese sostenute per gli obblighi di certificazione previsti dalla normativa originaria.

Una omissione tutt’altro che marginale.

Per molte imprese si tratta di migliaia, in alcuni casi fino a quindicimila euro sostenuti obbligatoriamente per poter accedere al beneficio fiscale. Costi che il legislatore aveva chiaramente previsto di riconoscere e che oggi, nella pratica applicativa, sembrano essere spariti.

Il risultato è l’ennesimo cortocircuito tra norma e amministrazione: il Ministero modifica la percentuale del credito, il GSE applica il nuovo valore percentuale ma ignora la parte residua della disposizione che riconosce le spese di certificazione. Un gioco delle tre carte normativo e amministrativo che rischia di scaricare sulle imprese l’ennesimo contenzioso.

Le aziende coinvolte stanno predisponendo PEC formali indirizzate sia al MIMIT sia al GSE per chiedere la rettifica delle comunicazioni ricevute e il corretto ricalcolo del credito spettante.

La questione, però, è più ampia e riguarda il rapporto ormai sempre più fragile tra Stato e sistema produttivo.

Alle imprese viene chiesto di investire, innovare, efficientare energeticamente i propri impianti, rispettare procedure tecniche complesse, anticipare costi professionali elevati e muoversi all’interno di una normativa in continua evoluzione. Quando però arriva il momento del riconoscimento concreto delle agevolazioni, emergono interpretazioni restrittive, applicazioni parziali e silenzi amministrativi.

Il rischio è evidente: trasformare misure nate per sostenere la competitività industriale italiana in percorsi a ostacoli dove l’incertezza normativa finisce per penalizzare proprio chi ha investito confidando nelle regole stabilite dallo Stato.

Questo è l’ennesimo episodio che aumenta la sfiducia verso le istituzioni. Le imprese non chiedono privilegi. Chiedono soltanto che le norme vengano applicate integralmente e lo Stato torni ad essere una istituzione seria che rispetta gli impegni assunti, una istituzione di cui imprese e cittadini possono fidarsi. Con le condizioni attuali la fiducia è venuta meno e le imprese non possono programmare nuovi investimenti.
L’abbraccio complice tra GSE e Ministero riportano alla mente la frase di Dante Alighieri nella sua sdegnata e amara invettiva contro il decadimento dell’Italia pronunciata, nel purgatorio, alla vista dell’abbraccio tra Virgilio e Sordello da Goito:Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello !