di Mauro Alvisi ©

C’è un principio che a scuola ci insegnavano come intoccabile: la divisione dei poteri. Legislativo, esecutivo, giudiziario. Tre gambe dello stesso tavolo, autonome e in equilibrio. Oggi quel tavolo balla paurosamente. E non perché una gamba sia più corta, ma perché ognuna pretende di fare il lavoro dell’altra.

Viviamo una stagione di occupazione reciproca dei poteri, con una deviazione evidente che vede il giudiziario sconfinare sistematicamente nell’esecutivo, l’esecutivo che tenta di condizionare il giudiziario, e un legislativo che ha abdicato al suo ruolo primario: fare poche leggi, chiare, costituzionalmente orientate. Abbiamo invece un numero infinito di norme che si contraddicono l’una con l’altra, un’iperproduzione legislativa che genera incertezza del diritto e, di fatto, paralizza la democrazia reale.

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È quello che io chiamo lo scivolamento verso la democratura: formalmente restiamo una democrazia, sostanzialmente esercitiamo i poteri in modo difforme, spesso contraddicendo la stessa impronta costituzionale della Repubblica. Una democrazia esercitata a intermittenza, a seconda di chi detiene il microfono o il fascicolo.

I fatti di Milano degli ultimi giorni ne sono la plastica rappresentazione. Scontri di piazza, devastazione urbana, negozi sfasciati, lavoratori inermi aggrediti. Le indagini individuano – secondo l’accusa – una figura di coordinamento della sommossa. Una persona viene fermata in via preventiva. Il Pubblico Ministero, nell’esercizio delle sue funzioni e a tutela del bene collettivo, chiede la custodia in carcere per evitare reiterazione. Fin qui, fisiologia dello Stato di diritto.

Poi accade la patologia: un’interpretazione soggettiva, estensiva, quasi creativa di una norma – nel gergo il “chip” interpretativo che ogni giudice porta con sé – porta alla scarcerazione. Il messaggio che passa all’esterno è devastante: puoi coordinare la violenza urbana e tornare libero in poche ore. Non è una sentenza che si discute nel merito giuridico, è un segnale politico-culturale che viene letto dalle strade come una liberatoria all’uso della violenza.

In questo caos si inseriscono due improprietà istituzionali gravissime. La prima, le parole della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Un Premier, per definizione, dovrebbe restare fuori dalla contesa giudiziaria in corso. Può esprimere un indirizzo politico, non può commentare a caldo un provvedimento restrittivo o liberatorio. Quando lo fa, occupa lo spazio del giudiziario.

La seconda, specularmente identica, è la lettera con cui Magistratura Democratica bacchetta la Presidenza del Consiglio. Una corrente associativa di magistrati che richiama il capo dell’esecutivo come fosse un alunno indisciplinato. Anche qui: occupazione di potere. Il potere giudiziario – o meglio, una sua rappresentanza sindacale – che pretende di dettare il perimetro del linguaggio politico all’esecutivo.

Siamo al caos istituzionale. Esecutivo contro giudiziario, giudiziario contro esecutivo, legislativo assente perché impegnato a produrre l’ennesimo decreto incomprensibile. E in mezzo il cittadino.

Il rischio più grande non è giuridico, è pedagogico. Quelle frange di giovani, nulla a che vedere con la maggioranza dei pacifici e critici manifestanti che legittimamente protestano – perché la protesta è sacrosanta in democrazia che esercitano violenza contro cose e persone che lavorano, leggono questa confusione come un via libera. Se lo Stato non sa nemmeno chi deve decidere se uno deve stare dentro o fuori, se il Palazzo litiga con se stesso sui giornali, allora tutto è lecito. È l’inizio di un periodo molto triste per il Paese.

Va fatta, come invito a fare da anni, in ogni sede pubblica,istituzionale, culturale e accademica, una profonda riflessione. Non serve l’ennesima riforma della giustizia scritta con l’accetta. Serve tornare a Montesquieu. Il legislativo faccia leggi chiare e ne abroghi dieci per ogni nuova che approva. L’esecutivo governi e risponda in Parlamento, non sui social. Il giudiziario applichi la legge, non la interpreti per orientare la società.

Altrimenti la democratura non sarà più un rischio teorico, ma la fotografia di una Repubblica che ha smarrito la bussola costituzionale.