Riceviamo e pubblichiamo da Giulio Saraceni

C’è una forma di disagio che non fa rumore. Non riempie le piazze, non crea scontri, non genera titoli urlati nell’immediato. Eppure cresce, si diffonde e si radica in profondità, soprattutto tra i più giovani. È il fenomeno degli hikikomori, ragazzi e ragazze che scelgono – o finiscono per scegliere – di ritirarsi completamente dalla vita sociale.

Non si tratta semplicemente di solitudine. Non è il classico adolescente introverso o il periodo difficile che prima o poi passa. Qui parliamo di isolamento totale, volontario o quasi, che può durare mesi o anni. Camere chiuse, relazioni azzerate, scuola abbandonata o vissuta solo da remoto. Il mondo esterno diventa qualcosa da evitare, non da esplorare.

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Il termine nasce in Giappone, ma da tempo non è più un fenomeno lontano. Anche in Italia i numeri stanno aumentando e, soprattutto, stanno cambiando le modalità con cui questo isolamento si manifesta. Non è più solo una questione culturale o geografica. È qualcosa che riguarda direttamente il nostro contesto, le nostre città, le nostre famiglie.

Quello che colpisce è la progressività del processo. Non succede all’improvviso. Spesso tutto inizia con piccoli segnali: una difficoltà a stare in gruppo, un rifiuto della scuola, un senso crescente di inadeguatezza. Poi arriva il ritiro, che inizialmente può sembrare temporaneo. Ma col tempo diventa una nuova normalità.

In molti casi, il digitale gioca un ruolo ambiguo. Da un lato rappresenta un rifugio, un ambiente controllabile, dove è possibile esistere senza esporsi davvero. Dall’altro, però, contribuisce a rafforzare la distanza dal mondo reale. Le relazioni diventano filtrate, superficiali o completamente sostituite da interazioni virtuali.

Il punto più delicato è che spesso questo fenomeno resta invisibile troppo a lungo. Le famiglie faticano a riconoscerlo subito, oppure lo interpretano come una fase passeggera. Anche le istituzioni non sempre riescono a intercettarlo in tempo. E quando il ritiro si consolida, riportare una persona alla vita sociale diventa molto più complesso.

Non si tratta di cercare colpe o responsabilità semplici. Ridurre tutto a “colpa dei social” o a “fragilità individuale” è una lettura superficiale. Il fenomeno è più profondo e coinvolge dinamiche educative, sociali e culturali. Pressioni, aspettative, modelli irraggiungibili e mancanza di strumenti emotivi concreti creano un terreno fertile per questo tipo di fuga.

La vera questione, oggi, non è solo capire quanti siano gli hikikomori. È comprendere perché sempre più giovani percepiscono il mondo esterno come qualcosa da cui allontanarsi invece che qualcosa in cui entrare.

E soprattutto, è chiedersi se siamo davvero pronti a intercettare quei segnali prima che sia troppo tardi.