Riceviamo e Pubblichiamo:

Nel libro Infoguerra. Guerre di informazione nell’infosfera ho trattato il concetto di information dominance come principio strategico chiave sviluppato negli Stati Uniti a partire dal 1997. Esso rappresenta la trasposizione, nello spazio informativo, dell’antico concetto geostrategico di potere marittimo e indica:

«la capacità di sfruttare un ambiente e di negarne l’uso a ogni potenziale avversario».

Pubblicità

L’information dominance deriva quindi da due componenti essenziali:

  1. soppressione delle risorse informative degli avversari;
  2. efficace protezione delle proprie risorse informative.

Il dominio informativo è considerato condizione essenziale per prevalere nei conflitti moderni, in particolare nelle guerre asimmetriche e nei contesti ad alta o media intensità. Esso si estende oltre la dimensione militare, comprendendo:

  • il controllo dello spazio mediatico,
  • la gestione cognitiva e percettiva delle informazioni,
  • la capacità di orientare le opinioni pubbliche attraverso il condizionamento dei media e la manipolazione delle narrazioni.

In questo quadro, la guerra informazionale non mira solo a distruggere infrastrutture o sistemi informatici, ma a dominare la percezione e la memoria collettiva, trasformando l’ambiente cognitivo in un campo di battaglia.
In sintesi, l’information dominance è la capacità strategica di controllo totale sull’ambiente informativo, che consente a un attore di:

  • gestire, proteggere e sfruttare i propri flussi informativi;
  • negare, distorcere o neutralizzare quelli dell’avversario;
  • e infine orientare il consenso e la realtà percepita come forma di potere geopolitico.

L’infografica, sviluppata durante il corso di Social Media Analysis, rappresenta una mappa di benchmarking sull’information dominance condotto su ChatGPT (OpenAI), Claude (Anthropic), DeepSeek, Grok (xAI), Gemini (Google DeepMind), Meta AI (Meta), Le Chat (Mistral AI) , basata su un modello di ontologia scientifico-militare e su analisi di media intelligence della rete.

Essa misura la capacità dei principali Stati di controllareinfluenzare e difendere lo spazio informativo globale attraverso dieci parametri strategici. L’approccio integra prospettive di cyber warfare, guerra cognitiva e geopolitica dell’informazione, traducendo il dominio informativo in una forma di potere multidimensionale che unisce infrastrutture digitali, controllo percettivo e governance normativa.

→ Soft Power: Stati Uniti > primo – Iran > ultimo (soft power ideologico e mediatico).
Gli Stati Uniti esercitano il soft power più esteso al mondo, fondato su cultura, media, istruzione e narrazioni globali; l’Iran, pur con un’influenza ideologica significativa in alcune aree regionali, opera su scala ridotta e prevalentemente confessionale.

→ Sharp Power: Cina > primo – Corea del Sud > ultimo (uso assertivo dell’informazione).
La Cina eccelle nell’impiego dell’informazione come strumento di pressione e controllo, combinando censura, propaganda e sorveglianza digitale; la Corea del Sud mostra una minore propensione al potere assertivo, preferendo approcci tecnologici e difensivi.

→ Cyber Warfare: Stati Uniti > primo – Germania > ultimo (capacità offensive e difensive nel dominio cibernetico).
Gli Stati Uniti mantengono la supremazia nelle operazioni cyber, con capacità integrate di attacco, difesa e deterrenza digitale; la Germania si distingue per infrastrutture solide e normative avanzate, ma non per aggressività operativa.

→ Influenza Media: Stati Uniti > primo – Corea del Sud > ultimo (orientamento dell’agenda e potere mediatico globale).
Washington domina lo scenario dell’informazione planetaria attraverso agenzie, piattaforme e conglomerati mediatici; la Corea del Sud, pur dinamica nell’intrattenimento e nei social network, non esercita influenza politica strutturata.

→ Gestione della Percezione: Cina > primo – Corea del Sud > ultimo (controllo narrativo e manipolazione percettiva).
La Cina ha sviluppato un sistema capillare di gestione della percezione pubblica, fondato su IA, censura algoritmica e propaganda interna; la Corea del Sud impiega tecniche di marketing e diplomazia culturale, ma senza componenti di manipolazione strategica.

→ Guerra Cognitiva: USA/Cina > primi – India > ultima (interventi sui processi mentali e cognitivi).
Stati Uniti e Cina investono massicciamente in tecnologie di guerra cognitiva, BCI e IA neurale per alterare o condizionare la percezione collettiva; l’India è in fase emergente, con ricerca accademica e applicazioni limitate.

→ Controllo Big Tech: Stati Uniti > primo – Iran > ultimo (sovranità digitale e potere infrastrutturale).
Gli Stati Uniti controllano le piattaforme tecnologiche globali e l’ecosistema dei dati; l’Iran dispone di un’infrastruttura digitale autonoma ma chiusa, concentrata sulla sorveglianza e sull’autarchia informativa.

→ Disinformazione Avanzata: Cina > primo – Corea del Sud > ultimo (uso di IA, botnet e deepfake).
La Cina utilizza la disinformazione come strumento sistemico di influenza geopolitica, con reti integrate e strumenti automatizzati; la Corea del Sud adotta un approccio più difensivo, orientato alla cyber-resilience.

→ Influenza Normativa: Stati Uniti > primo – Corea del Sud > ultimo (governance e standard internazionali dell’informazione).
Washington guida la definizione delle regole globali per Internet, l’intelligenza artificiale e la sicurezza dei dati; la Corea del Sud si allinea a modelli occidentali, con minore capacità di dettare standard propri.

→ Reti Diaspora/Proxy: Cina > primo – Corea del Sud > ultimo (uso di reti globali e comunità diasporiche).
La Cina sfrutta reti diasporiche e infrastrutture commerciali per estendere la propria influenza informativa e politica; la Corea del Sud mostra una diaspora culturalmente attiva ma non strumentalizzata a fini geopolitici.

Nel complesso, il benchmarking mostra che l’information dominance non è solo potere tecnologico, ma un sistema integrato di dominio cognitivo, infrastrutturale e percettivo. Gli Stati Uniti mantengono l’egemonia sistemica grazie al controllo delle piattaforme globali e alla leadership normativa; la Cina si impone come potenza di percezione e disinformazione; la Russia agisce come forza ibrida nella guerra informativa; l’Europa resta dipendente da modelli esterni. Il risultato è una gerarchia cognitiva globale, in cui la superiorità non dipende dal numero di armi ma dalla capacità di modellare la realtà percepita attraverso la gestione dell’informazione.


Essere artificiali: il giornalismo alla prova dell’intelligenza artificiale

UNISOB Media Lab Talks – Recensione dell’incontro dell’11 novembre 2025

Lunedì 11 novembre, nell’Aula G dell’Università Suor Orsola Benincasa, si è tenuto un nuovo appuntamento dei UNISOB Media Lab Talks, dedicato alla presentazione del volume Essere Artificiali. Ridefinire il giornalismo nell’era dell’IA di Mario Mosca e Antonio Ruoto, edito da Libreria Universitaria, con prefazione di Eugenio Iorio.
L’incontro, che ha visto una grande partecipazione di studenti e docenti, si inserisce nel ciclo “Letture critiche nell’era della trasformazione digitale”, organizzato nell’ambito dei corsi di laurea in Comunicazione pubblica e d’impresa e Scienze della comunicazione.

Hanno portato i saluti istituzionali il Magnifico Rettore Prof. Lucio D’Alessandro, che ha sottolineato l’importanza di un approccio critico e interdisciplinare alle nuove tecnologie, e il prof. Davide Borrelli, presidente del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, che ha richiamato il ruolo dell’università come luogo di riflessione collettiva sui mutamenti culturali in atto.
moderare l’incontro è stata la prof.ssa Titti Marrone, docente di Storia del Giornalismo, che ha guidato il dibattito con equilibrio e sensibilità, intrecciando le domande dei relatori con quelle del pubblico.

A introdurre il tema è stato Eugenio Iorio, autore della prefazione al volume e docente di Social Media Analysis, che ha invitato a leggere la trasformazione del giornalismo non come un semplice aggiornamento tecnologico, ma come una mutazione antropologica.
«L’intelligenza artificiale – ha spiegato – non è più uno strumento, ma l’ambiente invisibile in cui viviamo».
Iorio ha richiamato Neil Postman e Günther Anders per descrivere una condizione in cui l’uomo è ormai “contenuto” dalla tecnica che ha creato, e ha posto una domanda chiave: «Può l’umano restare al centro del racconto?»
Per Iorio, la crisi del giornalismo non è tanto economica o industriale, quanto simbolica: la perdita del legame tra parola e verità, tra racconto e responsabilità. Scrivere oggi – ha concluso – è un atto di insubordinazione simbolica, un modo per riaffermare la lentezza, l’imperfezione e il dubbio come spazi di libertà dentro l’automatismo informativo.

È seguito l’intervento di Antonio Ruoto, che ha scelto una metafora originale e incisiva: «Per capire l’intelligenza artificiale bisogna sbucciare la cipolla».
Ogni strato, ha spiegato, corrisponde a una diversa profondità di comprensione. In superficie, l’IA generativa che scrive e disegna in nostra vece; subito sotto, gli algoritmi di apprendimento automatico; più in basso ancora, i modelli teorici e le dispute filosofiche sul significato stesso dell’intelligenza.
Ruoto ha ricordato che già nel 1955, McCarthy, Minsky, Rochester e Shannon definivano il compito dell’IA come “far sì che una macchina agisca in modi che considereremmo intelligenti se compiuti da un essere umano”.
Sbucciare la cipolla, dunque, significa risalire alla radice: comprendere che l’IA non è una singola tecnologia, ma un processo culturale e cognitivo in continua evoluzione.

Con Mario Mosca, giornalista e coautore del volume, il discorso si è spostato sul terreno dell’immaginario.
«È difficile prendere sul serio un cibo che trema» – ha detto, paragonando l’informazione contemporanea alla gelatina: brillante e seducente, ma priva di consistenza.
Mosca ha descritto con ironia la gelatina come metafora perfetta dell’informazione artificiale: “fast food del sapere”, facile da inghiottire ma difficile da assimilare.
Un giornalismo, ha osservato, sempre più esposto, spettacolare e fragile, dove il confine tra verità e apparenza si assottiglia fino a scomparire. “La gelatina – ha concluso – ci insegna che la stabilità è un compromesso provvisorio: e forse anche l’informazione lo è”.

chiudere l’incontro è stato Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, che ha offerto una lettura concreta e stimolante del volume, collegandola al lavoro di benchmarking tra intelligenze artificiali condotto dagli autori e consultabile al link prezi.com/p/acacbhw-wdu_/essere-artificiali.
Il progetto, presentato in forma multimediale, ha messo a confronto diverse piattaforme di IA generativa — da ChatGPT a Claude, da Gemini a Grok — chiedendo a ciascuna di analizzare, scrivere e commentare temi di attualità giornalistica.
L’obiettivo: verificare differenze di stile, accuratezza e visione tra i vari modelli, ma anche comprendere come le macchine elaborino categorie fondamentali come verità, responsabilità e linguaggio.
Cancellato ha evidenziato come il lavoro offra una fotografia nitida della nuova ecologia dell’informazione, in cui l’umano non scompare, ma deve ridefinire il proprio ruolo di interprete e garante del senso.
Non è la macchina a fare giornalismo – ha concluso – ma chi sa usarla per capire meglio il mondo”.

La mattinata si è chiusa tra domande e riflessioni condivise, confermando il valore del ciclo UNISOB Media Lab Talks come spazio di confronto tra teoria, pratica e visione.
Un’occasione per guardare dentro la “cipolla” dell’intelligenza artificiale, riconoscendo che – come ha ricordato Iorio – la vera intelligenza oggi non è quella che accelera, ma quella che sa fermarsi, ascoltare e pensare.

Autore: Eugenio Iorio