Riceviamo e pubblichiamo:

Giulio Saraceni

Padri, figlie e social media: il confine sempre più confuso tra vita reale e vita digitale

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Ci sono episodi quotidiani che fanno ridere sul momento, ma che poi, a pensarci bene, lasciano addosso una strana inquietudine. Scene apparentemente banali che raccontano meglio di mille saggi come stiano cambiando le nostre famiglie, i rapporti umani e perfino il concetto stesso di presenza.

È successo qualche giorno fa.

A un certo punto della giornata sento una normalissima esigenza umana: andare in bagno. Mi avvicino alla porta, ma vengo immediatamente fermato da mia figlia adolescente.

“No, non entrare! In bagno c’è Chiara!”

Resto immobile.

“Chiara? Ma quale Chiara?”

“La mia amica!”

A quel punto guardo intorno a me. Nessuna traccia di questa fantomatica ospite. Nessuna bicicletta parcheggiata, nessuna giacca appesa, nessun saluto entrando in casa.

“Scusa… ma dov’è Chiara?”

E lì arriva la risposta che spalanca le porte del surreale contemporaneo:

“È sul telefono.”

Praticamente mia figlia aveva lasciato il cellulare acceso in videochiamata nel bagno. L’amica, da casa sua, era virtualmente presente lì dentro.

Confesso che in quel momento mi sono fatto una grande risata. Ho aspettato che mia figlia recuperasse il telefono, ho salutato cordialmente Chiara in video e tutto è finito lì.

O forse no.

Perché subito dopo ho iniziato a riflettere.

Se mia figlia non mi avesse fermato, io sarei tranquillamente entrato in bagno convinto di essere solo. Mi sarei trovato improvvisamente inquadrato da una videocamera accesa, magari mentre mi abbassavo i pantaloni o facevo qualche gesto assolutamente normale in un contesto privato.

E allora mi sono chiesto: ma ci rendiamo conto di quanto siano diventati labili i confini tra pubblico e privato?

Per la mia generazione, il bagno è il luogo più privato della casa. Punto. Se la porta è chiusa, significa che lì dentro c’è intimità, riservatezza, separazione dal mondo.

Per molti adolescenti di oggi, invece, il telefono non è un oggetto: è una presenza continua. Una stanza aperta sul mondo. Un’amica in videochiamata è percepita quasi come una presenza naturale, innocua, permanente.

Ed è qui che nasce il cortocircuito generazionale.

Noi adulti pensiamo:
“Se qualcuno può vedermi, allora non sono più in uno spazio privato.”

Molti ragazzi invece ragionano così:
“Se c’è solo la mia amica, allora è comunque privato.”

Ma non è la stessa cosa.

Una videocamera accesa cambia completamente la natura di uno spazio. Anche quando dall’altra parte c’è una persona fidata. Anche quando non esiste alcuna cattiva intenzione.

Perché oggi tutto può essere registrato, salvato, condiviso, estrapolato dal contesto. Un’immagine casuale può diventare uno screenshot. Un momento innocente può trasformarsi in qualcosa di ambiguo.

Ed è impressionante come tutto questo stia entrando nelle nostre case con una naturalezza quasi disarmante.

Forse il vero problema non sono i social media in sé. I social sono strumenti. Il problema è che la tecnologia evolve molto più velocemente della nostra educazione all’uso della tecnologia.

Le famiglie non hanno ancora costruito regole nuove per convivere con queste presenze digitali costanti.

Vent’anni fa sarebbe sembrato folle dover dire a un figlio:
“Non lasciare una videochiamata accesa in bagno.”

Oggi invece diventa quasi una forma di educazione civica domestica.

E forse è proprio questo il punto centrale: non demonizzare i ragazzi, non trasformare ogni episodio in una guerra generazionale, ma imparare a ridefinire insieme i confini.

Perché il rischio più grande non è la tecnologia.

È smettere di accorgerci di quanto stia cambiando il nostro modo di vivere la realtà.