L’espansione pervasiva della tecnica digitale e dell’apparato tecnologico contemporaneo rischia di dissolvere progressivamente i fondamenti dell’identità personale.
L’individuo, immerso nel flusso incessante delle immagini digitali, non contempla più l’orizzonte del mondo, ma soltanto la superficie luminosa degli schermi.
Lo “scroll” perpetuo sostituisce l’esercizio della riflessione, trasformando il pensiero in una successione frammentaria di stimoli effimeri.
Come intuiva Martin Heidegger, la tecnica tende a ridurre l’essere a semplice risorsa disponibile, oscurando l’autenticità dell’esistenza.
La lettura, un tempo spazio privilegiato dell’interiorità, cede il passo al consumo rapido e disordinato dell’informazione.
Si assiste così a quella che Byung-Chul Han definisce una saturazione dell’attenzione, incapace di generare profondità spirituale.
L’uomo digitale smarrisce il rapporto con il silenzio, condizione necessaria per la conoscenza di sé.
L’esperienza viene sostituita dalla connessione, la memoria dalla registrazione, la presenza dall’interazione mediata.
In tale scenario, l’identità non si costruisce più attraverso la contemplazione e il dialogo, ma mediante algoritmi che orientano desideri e comportamenti.
Ne deriva una forma di alienazione in cui, per riprendere Søren Kierkegaard, l’uomo rischia di perdere se stesso proprio mentre crede di essere ovunque presente.

Emanuele D’Agapiti
Direzione artistica