Riceviamo e Pubblichiamo daTereGroup

Una recente pubblicazione scientifica suMarine Drugsmostra come le acque di lavaggio provenienti dalla lavorazione dei fichi possano essere usate come fonte organica per coltivareLimnospira platensis, la microalga nota commercialmente come Spirulina. Lo studio, coordinato con il contributo di Teregroup Srl e del dott. Giovanni Antonio Lutzu, apre nuove prospettive per trasformare uno scarto agroalimentare in una risorsa biotecnologica.

Dalla lavorazione dei fichi nascono acque di processo ricche di zuccheri: un residuo da gestire che può diventare una risorsa per la coltivazione microalgale.

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La Spirulina è da anni al centro di un rinnovato interesse scientifico e industriale. Non è soltanto un integratore alimentare: è una piattaforma biologica capace di produrre proteine, pigmenti naturali, antiossidanti e molecole bioattive con applicazioni nei settori alimentare, nutraceutico, cosmetico e biotecnologico.

Oggi un nuovo studio evidenzia la possibilità di coltivare Spirulina utilizzando acque reflue generate dalla filiera agroalimentare, in particolare dalle prime fasi di lavorazione dei fichi destinati alla trasformazione. La pubblicazione, apparsa suMarine Drugsnel 2026, ha valutato l’impiego di acque provenienti dal lavaggio e dalla pulizia di fichi secchi come supplemento organico per la coltivazione mixotrofica diLimnospira platensis.

La filiera dei fichi, particolarmente radicata nei Paesi mediterranei, comprende consumo fresco, essiccazione, trasformazione in confetture, sciroppi, ingredienti per prodotti da forno e preparazioni dolciarie. Lo studio ricorda che i fichi secchi sono naturalmente ricchi di carboidrati, spesso oltre il 50–60% del peso secco, con glucosio e fruttosio come zuccheri principali. Durante le operazioni di reidratazione, lavaggio e pulizia, parte di questi zuccheri passa nell’acqua di processo, generando reflui organici che devono essere gestiti e trattati prima dello smaltimento.

In Italia, la filiera dei fichi trasformati è una nicchia di qualità, ma diffusa: confetture artigianali, conserve, preparazioni senza zuccheri aggiunti, prodotti da forno e trasformati legati al territorio. Anche il mercato italiano dei fichi secchi dipende in parte dall’importazione: nel 2024 l’Italia ha importato circa 3 tonnellate di fichi secchi, per un valore di circa 20.5 milioni di euro, secondo il CBI, centro europeo per la promozione delle importazioni dai Paesi in via di sviluppo.

Il punto centrale è semplice: ciò che per l’industria alimentare rappresenta un’acqua da smaltire, per la Spirulina può diventare una fonte di carbonio organico.

Nel lavoro pubblicato, le acque di processo dei fichi sono state testate per supportare la crescita della Spirulina. La caratterizzazione del refluo ha mostrato una presenza di zuccheri quali glucosio e fruttosio che la Spirulina è in grado di metabolizzare. La coltivazione è stata condotta sia in condizioni mixotrofiche, cioè con luce e carbonio organico disponibile, sia in condizioni eterotrofiche, cioè al buio. Questo passaggio è importante: la Spirulina non è un microrganismo puramente eterotrofo. Può utilizzare composti organici, ma la fotosintesi resta il motore principale della sua crescita. Infatti, nello studio le colture mixotrofiche hanno raggiunto concentrazioni di biomassa molto superiori rispetto a quelle cresciute al buio, confermando che lo scarto zuccherino non sostituisce la luce, ma può integrarsi con essa.

È proprio qui che si inserisce il concetto di economia circolare: non usare lo scarto come “rifiuto”, ma come ingrediente funzionale all’interno di un processo controllato.

Uno dei risultati più interessanti riguarda la composizione della biomassa. La Spirulina è già nota per il suo elevato contenuto proteico, spesso superiore al 50–60% del peso secco, oltre che per la presenza di ficocianina, clorofille, carotenoidi e composti antiossidanti. Nel nuovo studio, l’aggiunta moderata di acqua di processo dei fichi ha modificato il profilo biochimico della biomassa. Il contenuto proteico più alto è stato osservato con il 0.75% di refluo, raggiungendo 450 g/100 g di peso secco. L’attività antiossidante ha invece raggiunto il massimo con il 1.5% di refluo, pari a 4,3 µmol Trolox/mg di peso secco. Anche i polifenoli totali sono aumentati in modo evidente alla concentrazione intermedia. Questi dati suggeriscono che una quantità moderata di zuccheri da scarto può stimolare il metabolismo della Spirulina, favorendo la produzione di biomassa ricca in proteine e molecole antiossidanti. Non si tratta semplicemente di “far crescere di più” la microalga, ma di orientarne la composizione verso specifiche qualità nutrizionali e funzionali.

La Spirulina è una biomassa ad alta densità nutrizionale: proteine, pigmenti naturali e molecole antiossidanti ne fanno una piattaforma alimentare e biotecnologica.

Da anni Teregroup Srl lavora su questa visione: trasformare la Spirulina da semplice integratore a piattaforma biotecnologica modulabile, capace di rispondere a obiettivi diversi. Biomassa alimentare, molecole funzionali, pigmenti, antiossidanti, applicazioni nutraceutiche e uso circolare di residui agroindustriali fanno parte di una stessa traiettoria. Lo studio pubblicato suMarine Drugsinclude diversi autori affiliati a Teregroup e riporta il contributo del dott. Giovanni Antonio Lutzu nelle attività di concettualizzazione, supervisione, scrittura e revisione scientifica. Questo dato conferma il ruolo dell’azienda modenese non solo come soggetto industriale, ma come attore di ricerca applicata nel settore delle microalghe.

I fotobioreattori in uso alla Teregroup permettono al team scientifico dell’azienda modenese di coltivare la Spirulina in condizioni controllate, trasformando ricerca scientifica e residui agroalimentari in biomassa ad alto valore.

Il messaggio dello studio è forte: le acque zuccherine generate dalla lavorazione dei fichi possono diventare un substrato per la coltivazione mixotrofica della Spirulina. Ma il dato va letto con attenzione. Il refluo analizzato proveniva da una fase iniziale di lavaggio e pulizia dei fichi secchi, quindi poco alterata da trattamenti termici o chimici. Gli autori sottolineano che non tutti i reflui della filiera dei fichi sono uguali: acque generate in fasi successive, magari dopo cottura, concentrazione o aggiunta di ingredienti, potrebbero avere composizioni diverse e risposte biologiche differenti. Questa è proprio la forza della ricerca applicata: non vendere slogan, ma costruire protocolli. Ogni scarto deve essere caratterizzato, dosato e validato. Nel caso delle acque di lavaggio dei fichi, la presenza di glucosio e fruttosio rappresenta una risorsa metabolica concreta per la Spirulina, ma la concentrazione deve essere ottimizzata. Troppo poco può essere inefficace; troppo può creare squilibri metabolici.

Il valore di questo studio va oltre la Spirulina. Mostra un modo diverso di guardare alle filiere agroalimentari italiane: non solo produzione, trasformazione e smaltimento, ma produzione, trasformazione, recupero e rigenerazione biologica. In un Paese come l’Italia, dove molte filiere alimentari sono legate a prodotti tipici, trasformazioni artigianali e produzioni locali, il recupero delle acque organiche potrebbe aprire nuovi scenari. Le acque ricche di zuccheri, se adeguatamente controllate e sicure, possono alimentare microrganismi utili, ridurre il carico di smaltimento e generare biomasse funzionali. La Spirulina, in questo quadro, diventa una tecnologia ponte: da un lato valorizza uno scarto; dall’altro produce una biomassa con potenziale alimentare e nutraceutico.

Il principio è chiaro: alcune acque agroalimentari, oggi considerate un costo ambientale e gestionale, possono essere convertite in input per biotecnologie sostenibili. Ed è proprio in questa direzione che si inseriscono gli studi condotti da Teregroup: usare la Spirulina non solo come prodotto, ma come sistema biologico capace di dialogare con le filiere produttive del territorio. In futuro, la confettura di fichi potrebbe non generare soltanto un prodotto dolce da portare in tavola. Potrebbe generare anche il nutrimento per una coltura verde-azzurra capace di produrre proteine, antiossidanti e biomassa ad alto valore. Un esempio concreto di come la biotecnologia possa trasformare il concetto stesso di scarto.