Riassunto

La misura “Transizione 5.0”, presentata come l’architrave della politica industriale italiana per il triennio 2024 2026, sta diventando un caso di studio — negativo — su come l’instabilità normativa possa paralizzare gli investimenti. Il quadro che emerge dal Decreto Fiscale 2026 (DL 38/2026) e dal successivo incontro odierno al MIMIT è quello di un sistema che non riesce a garantire continuità, certezze e affidabilità, elementi essenziali per qualsiasi impresa che pianifichi investimenti in beni 4.0/5.0, efficienza energetica e digitalizzazione.

Nata per sostenere gli investimenti in digitalizzazione ed efficientamento energetico, la Transizione 5.0 sta diventando il simbolo di una stagione politica segnata da incertezza, continui ripensamenti e un quadro normativo che muta continuamente, come la rotta di una nave senza nocchiero in balia di una tempesta.

Dopo  lo spettacolo tragicomico andato in scena con il Decreto Direttoriale del 6 novembre 2025, con cui veniva annunciato l’esaurimento risorse, dopo aver sottratto 4,5 mld di euro dalle disponibilità della misura e il repentino ripensamento a cui è seguito l’annuncio di un rifinanziamento con 250 mln e la contestuale riapertura del portale per la presentazione delle istanze,  l’ultimo capitolo si è consumato questa mattina, 1° aprile, al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove il ministro Adolfo Urso ha incontrato le principali organizzazioni datoriali per affrontare il caos generato dalDecreto Fiscale 2026(DL 38/2026), pubblicato appena tre giorni fa.

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Il Decreto Fiscale 2026 annuncia un taglio improvviso che ha destabilizzato il mercato.Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28 marzo, il Decreto ha introdotto una misura che ha colto di sorpresa l’intero sistema produttivo. Alle imprese che avevano già ricevuto dal GSE la comunicazione diammissibilità tecnica,viene riconosciuto un credito d’impostapari al 35%dell’importo richiesto, nel limite di537 milioni di euro.

Il testo dell’art. 8 è inequivocabile:
“Spetta […] un contributo […] pari al 35 per cento dell’ammontare del credito d’imposta richiesto […]”.

Una riduzione drastica rispetto alle aspettative generate dai decreti precedenti, che prevedevano aliquote fino al 45% e, in alcuni casi, cumulabilità con altre misure. Molte imprese hanno firmato contratti, avviato o addirittura effettuato investimenti, assunto personale, basandosi su un quadro normativo che, per l’ennesima volta, è stato ribaltato.

Il tavolo MIMIT del 1° aprile stabilisce un dietrofront che conferma l’instabilità. Sotto la pressione delle associazioni datoriali, il ministro Urso ha convocato un tavolo urgente. Secondo fonti ufficiali e agenzie stampa, l’esito è stato un nuovo cambio di rotta, il ripristino dei 1,3 miliardi previsti dalla manovra, l’aggiunta di ulteriori 200 milioni, per una dotazione complessiva: 1,5 miliardi di euro.

Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha dichiarato che tali risorse consentirebbero di riportare il credito d’imposta dal 35% del decreto di venerdì al 90% per gli investimenti del piano e al 100% sui pannelli fotovoltaici

Il viceministro Maurizio Leo ha inoltre assicurato che il decreto attuativo sull’iperammortamento “sarà emanato a breve”. Ma, ad oggi, non esiste alcun testo ufficiale che confermi queste nuove aliquote. Le imprese restano quindi sospese tra un decreto pubblicato e un decreto promesso.

Un quadro normativo che cambia ogni 72 ore rende impossibile la pianificazione. Per gli addetti ai lavori, la questione non è solo politica, è economica e finanziaria.

Le imprese hanno effettuato investimenti sulla base di parametri stabiliti a monte, su cui hanno pianificato programmi di investimento, definito piani finanziari, negoziato contratti EPC, pianificato cash flow e ammortamenti, rispettando l’articolato processo burocratico con scadenze e finestre di comunicazione stabilite dal GSE che con limiti operativi del proprio portale digitale ha costretto le imprese a continui slalom, rinvii operativi e ripresentazione delle domande. Una piattaforma che in una gara di valutazione dell’efficienza non si qualificherebbe nemmeno in paese del terzo mondo.

Ma come possono pianificare le imprese se, un decreto taglia le aliquote al 35%, tre giorni dopo un tavolo politico annuncia il ritorno al 90%, e si attende un nuovo decreto che potrebbe cambiare ancora tutto?

Questa volatilità normativa mina la credibilità del sistema Paese e rende l’Italia un contesto ad alto rischio regolatorio.

Il contesto geopolitico internazionale peggiora la situazione. A complicare ulteriormente il quadro, ci sono i venti di guerra che soffiano sull’Europa e sul Mediterraneo. Le tensioni nel Mar Rosso e nello stretto di Hormuz generate dall’attacco statunitense all’Iran che aumentano i costi logistici, fanno lievitare i prezzi delle materie prime, generano instabilità energetica con incertezza sui flussi di gas e sulle forniture tecnologiche.

In un contesto globale così fragile, le imprese italiane avrebbero bisogno di certezze, non di decreti che si contraddicono nel giro di pochi giorni.
E invece si ritrovano a operare in un ambiente dove la normativa cambia “secondo gli umori del momento”, come lamentano molte associazioni.

In tale contesto le imprese  sono come passeggeri della Concordia in una rotta incerta. La metafora che circola tra gli imprenditori è amara, le imprese italiane si sentono come passeggeri della Concordia, costrette a seguire una rotta incerta, con un Governo percepito come un novello Schettino, incapace di garantire stabilità e sicurezza.

Una politica industriale efficace richiede continuità normativa, trasparenza, procedure e tempi certi, decreti chiari e non contraddittori, con un quadro regolatorio stabile e affidabile. Oggi, purtroppo, manca tutto questo e le imprese si trovano a rincorrere bozze, annunci, smentite e promesse di futuri decreti.

Alla luce dell’incontro di oggi, il Governo ha promesso un nuovo intervento correttivo. Ma fino alla pubblicazione dell’ennesimo decreto, le imprese restano nel limbo.

E mentre il mondo cambia, i mercati si muovono e le tensioni internazionali aumentano, l’Italia continua a navigare a vista, lasciando il suo sistema produttivo senza pilota e senza bussola.

Un Paese che vuole crescere non può permettersi questa instabilità e la Transizione 5.0, che avrebbe dovuto essere il motore della modernizzazione industriale, rischia di diventare l’ennesima occasione mancata.